Quale stanchezza?

Questa mattina, davanti al mio caffè, al bar sotto casa ho incrociato lo sguardo stanco di una signora che frequenta spesso lo spesso bar. Eppure non era la solita stanchezza quella che riconosci subito, che sai da dove viene, che si scioglie con il riposo. Era più sottile.

Una stanchezza difficile da riconoscere, leggera ma persistente.
Come se qualcosa dentro di lei stesse rallentando, senza chiederle apertamente di fermarsi. Ci sono stanchezze che si vedono e altre no. Ci sono giorni in cui il corpo parla chiaro, chiede pausa, silenzio, chiede sonno. E poi ci sono giorni in cui tutto sembra funzionare: facciamo quello che dobbiamo fare, rispettiamo i tempi, siamo presenti, almeno in apparenza.

Eppure… qualcosa non torna quando a prendere il sopravvento è una stanchezza che non si misura, non si giustifica, non si racconta facilmente ma si sente: non siamo stanchi di ciò che facciamo, siamo stanchi di non riconoscerci più in ciò che viviamo.

È una differenza sottile, ma decisiva.

Quando manca il senso, anche le cose più semplici diventano pesanti.
Non per la loro complessità ma per la distanza che sentiamo da esse.

E allora, continuiamo, facciamo, organizziamo, rispondiamo ma con una parte di noi che resta indietro. Piccoli segnali, quasi invisibili, ci mettono in allarme. Non arrivano con forza, arrivano piano: un entusiasmo che si affievolisce, una pazienza che si accorcia, una voglia di rimandare, un nervosismo improvviso, una fatica a iniziare anche ciò che, un tempo, ci faceva stare bene…

Sono segnali discreti. E proprio per questo, spesso, li superiamo, li mettiamo da parte, li chiamiamo “giornate no”.

Quando questa stanchezza non trova spazio, iniziamo a fare qualcosa di molto comune: andiamo avanti! A volte anche per il timore di scoprire ciò che non va e di dover modificare qualcosa…

Può sembrare una scelta di forza e a volte lo è; ma altre volte è solo abitudine.

Le giornate si riempiono, ma non ci attraversano davvero; le scelte si accumulano, ma non sempre ci rappresentano. E, senza rendercene conto, ci allontaniamo piano piano, non dagli altri ma da noi stessi.

A volte basta fermarsi: “Quello che sto vivendo mi assomiglia ancora?”

Non si tratta di cambiare tutto, ma di tornare al proprio senso, al centro da cui ci siamo allontanati. Forse basta solo togliere qualcosa che appesantisce, scegliere un tempo solo per sé, rallentare dove si può… allenarsi a trovare occasioni per sentirsi importanti, prendendosi di conseguenza cura di sé, aumentando l’autostima e diventando consapevoli che non c’è limite al miglioramento. Non serve fare di più: che, anzi, a volte è indispensabile fare di meno. Dobbiamo imparare ad ascoltare quella stanchezza che, se rispettata, non ci blocca ma ci parla. Non sempre abbiamo bisogno di fermarci ma di ritrovarci.

Ed è così che anche la fatica cambia forma. Diventa direzione.


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