Qualche volta, proviamo a spostarci.

Non sempre per andare altrove.

Qualche volta, dobbiamo spostarci semplicemente per riuscire a vedere qualcosa che, restando dove siamo, non riusciamo più a distinguere. Ci abituiamo ai luoghi, alle persone, alle situazioni; ma soprattutto ci abituiamo al nostro modo di guardarle. Con il tempo, ciò che pensiamo di conoscere diventa una certezza. Smettiamo di farci domande, di cercare spiegazioni diverse, di considerare che quello che vediamo potrebbe non essere tutto ciò che c’è da vedere. E così rischiamo di rimanere fermi anche quando, intorno a noi, tante continua a cambiare.

Spostarsi, allora, non significa necessariamente cambiare strada. Può significare cambiare il punto da cui la osserviamo.

Quante volte, in una relazione, interpretiamo un comportamento dell’altra persona sulla base di ciò che sappiamo o crediamo di sapere?

Una risposta brusca diventa una mancanza di rispetto. Un silenzio diventa disinteresse. Un’opinione diversa dalla nostra diventa una provocazione.

E se provassimo a spostarci? Non per giustificare qualsiasi comportamento, né per rinunciare alle nostre ragioni; ma per chiederci se esiste qualcosa che, dalla nostra posizione, non è del tutto chiaro. Forse ci sarà una preoccupazione, un problema al lavoro, una difficoltà a trovare le parole giuste per spiegarsi e concederci la possibilità di scoprirlo cambia già qualcosa.

Comprendere non significa necessariamente condividere ma riconoscere che la nostra prospettiva non è l’unica possibile.

Eppure… spostarci risulta faticoso. La posizione che occupiamo, anche quando ci procura disagio, comunque ci è familiare. Sappiamo come muoverci, quali risposte aspettarci, quali difese utilizzare. Cambiare prospettiva, invece, ci espone al dubbio, all’incertezza, alla messa in campo di nuovi comportamenti…

Potremmo scoprire di aver difeso una nostra convinzione più per abitudine che per una reale adesione. E non è sempre facile ammetterlo.

Ma c’è un altro spostamento, forse ancora più impegnativo, che qualche volta diventa necessario: quello rispetto a noi stessi.

Possiamo trascorrere anni a raccontare di noi nello stesso modo: siamo fatti così, non siamo capaci di quella cosa, non abbiamo il carattere adatto, ormai è troppo tardi… Abbiamo sempre reagito in un certo modo e continueremo a farlo, finché queste affermazioni, ripetute abbastanza a lungo, finiscono per sembrarci descrizioni definitive della nostra identità.

Ma siamo davvero una fotografia? Quando diventeremo consapevoli che le esperienze ci trasformano, ci fanno acquisire capacità, perdere paure, maturare desideri diversi?

Forse dovremmo spostarci anche rispetto all’immagine che abbiamo costruito di noi stessi. Osservarci da una distanza diversa. Riconoscere quello che è cambiato. Domandarci se alcuni limiti che continuiamo ad attribuirci esistano ancora o se siamo noi a mantenerli in vita.

A volte, dopo aver osservato una situazione da un’altra prospettiva, capita che confermiamo la nostra posizione iniziale. Ma c’è una differenza importante: prima eravamo fermi perché non cercavamo alternative, adesso possiamo scegliere di restare lì dove siamo perché le abbiamo scelte.

E questa è già una forma di libertà. Quando osserviamo un paesaggio, basta fare qualche passo perché un albero che nascondeva l’orizzonte smetta di occupare tutto il nostro campo visivo. E si aprono nuovi scenari.

A volte possiamo anche conoscere aspetti che preferiremmo non vedere o ci rendiamo conto di dettagli che ci impediscono di realizzare un sogno… Ma almeno avremo guadagnato una visione più ampia.

E se fosse soltanto il punto da cui stiamo guardando a impedirci di vedere altro?

Qualche volta, dobbiamo spostarci...Di qualche passo, di qualche convinzione, di qualche certezza. Potremmo rimanere meravigliati da quanto ci offre la nuova visuale che potrebbe presentarci addirittura il nuovo senso da attribuire alle nostre giornate.


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