Il riccio e la volpe

Ci sono persone che credono di avere una soluzione per tutto e, spesso, la attribuiscono anche a problemi differenti. Ripetono sempre la stessa, verificata, vincente, apprezzata!

Se una relazione finisce, è perché oggi nessuno sa più amare.
Se un collega ottiene un risultato, è questione di fortuna.
Se qualcuno non risponde a un messaggio, significa che non gli importa.

La realtà cambia. La spiegazione resta identica.

Semplificare è rassicurante ma anche rischioso perché la realtà è raramente così semplice e riconducibile ad una stessa lettura con relativo significato. Questo approccio che contiene una soluzione per tutto come estratta dallo stesso scrigno della propria infallibilità, è dannoso per sé e per gli altri. Per sé perché, realizzando la forzatura di far calzare la soluzione alle situazioni e non come sarebbe più realistico il contrario, richiede delle aggiustature sostanziali che accentuano lo scollamento dal dato di realtà; è altresì, dannoso per gli altri, perché a furia di avere la soluzione pronta, si toglie agli altri la possibilità di sperimentarsi consumando, nel tempo, fiducia in sé e propensione all’iniziativa.

Da un’altra parte, invece, ci sono persone che, anche davanti ad un fatto che sembra già accaduto e vissuto in passato, si fermano un momento in più prima di pensare al da farsi; ascoltano altre opinioni augurandosi che esista un’altra lettura, cercano dettagli che forse erano sfuggiti, interrogano, si informano, osservano, mettono in discussione la loro prima impressione. Non sono persone da liquidare frettolosamente come indecise quanto, piuttosto, da apprezzare perché sono consapevoli che la complessità non è un difetto della realtà, quanto piuttosto la sua natura.

Tali tipologie di persone, lungi da essere sempre sicure di avere risposte e vie di uscita pronte per ogni accadimento, non hanno fretta di imporre la propria soluzione, nè considerano ogni occasione una prova in cui dimostrare il proprio valore, non cercano occasioni di riconoscimento ad ogni situazione, non hanno bisogno di avere sempre sotto controllo ciò che accade.

Il filosofo Isaiah Berlin riprese un’antica frase del poeta greco Archiloco:

“La volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande.”

Da allora il riccio è diventato il simbolo di chi interpreta tutto attraverso un’unica idea, mentre la volpe rappresenta chi è disposto a cambiare prospettiva, ad accogliere nuove informazioni, a lasciarsi sorprendere dai fatti. Il riccio dinanzi a qualunque eventualità che legge come pericolo, ripete sempre la stessa soluzione, si chiude e aspetta che il pericolo passi; la volpe scruta, esamina, quasi sconvolge l’avversario, mettendo in campo la soluzione più appropriata tra tante che le vengono in aiuto, con un livello di efficacia rilevante.

Nessuno di noi è soltanto riccio o soltanto volpe.

Abbiamo bisogno del riccio quando, non sapendo assolutamente cosa fare, ci aggrappiamo alla solita ciambella di salvataggio che ci ha salvato in altre situazioni; ma abbiamo bisogno della volpe ogni volta che la realtà ci chiede qualcosa di più complesso e sfaccettato: rinunciare alle certezze troppo comode per capire davvero ciò che abbiamo davanti e come attraversarlo, evitarlo, combatterlo o fuggire.

Forse la maturità non consiste nell’avere sempre ragione ma nel conservare il coraggio di cambiare idea quando la realtà ci mostra qualcosa che ancora non avevamo visto.

L’eroe non è chi vince sempre, quanto piuttosto chi sa riconoscere le diverse tipologie di nemici e prova ad affrontarli con soluzioni adeguate di volta in volta, anche chiedendo aiuto. Non sempre la volpe è “quella giusta” e il riccio “quello sbagliato”. Nemmeno Isaiah Berlin ne era convinto.

Senza un po’ di “riccio” non avremmo principi, valori, perseveranza, sicurezze pure se il problema nasce quando tutte queste sane virtù diventano rigidità. La volpe, invece, con la curiosità, la capacità di cambiare prospettiva e di accogliere la complessità, se portata all’estremo, rischia di non avere mai un punto fermo.


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