Al primo pensiero, dire sì sembra più semplice.
È una risposta gradita. Soddisfa le aspettative dell’altro. Non richiede troppe spiegazioni. Evita discussioni, delusioni, qualche volta persino conflitti.
Un sì può chiudere una questione in pochi secondi.
Dire no, invece, sembra molto più complicato.
Un no può richiedere motivazioni. Può aprire una discussione. Può essere percepito come oppositivo, rigido, persino ostile.
Qualche volta dietro un no immaginiamo già una porta che sbatte, una voce che si alza, un silenzio che durerà giorni.
E così finiamo facilmente per attribuire significati opposti a queste due piccole parole.
Il sì avvicina, il no allontana.
Il sì accoglie, il no respinge.
Ma siamo sicuri che sia davvero così? Forse il confine non passa affatto tra il sì e il no ma passa attraverso la consapevolezza con cui li pronunciamo.
Un sì non è necessariamente un segno di disponibilità, generosità o apertura.
Dipende.
Posso dire sì perché sono convinto; perché ho ascoltato le ragioni dell’altro e le condivido; perché ho cambiato idea; perché ciò che mi viene chiesto mi sembra giusto.
Ma posso dire sì anche per essere approvato, per ingraziarmi qualcuno, per paura di deluderlo, per bisogno di compiacere, per evitare “storie”…
Posso persino dire sì nella speranza, magari inconsapevole, che quella disponibilità rafforzi una relazione che temo di perdere.
Il problema, allora, non è il sì: è ciò che ho dovuto mettere da parte di me stesso per riuscire a pronunciarlo.
Anche un no può nascere da luoghi molto diversi.
Può esprimere una convinzione autentica, un limite necessario, una responsabilità che non possiamo delegare.
Ma può diventare anche uno strumento di potere.
Dico no per ricordare chi decide; dico no perché temo che un sì oggi produca dieci richieste domani; dico no per ristabilire le distanze; dico no perché qualcuno deve capire quale sia il suo posto e quale il mio.
In questi casi il no non serve più a esprimere una convinzione. Serve ad affermare una posizione. E ancora una volta il problema non è la parola. È ciò che quella parola sta cercando di ottenere.
Né debolezza né forza
Forse dovremmo smettere di considerare il sì come una resa e il no come una dimostrazione di carattere.
Un sì non ci rende più deboli. Un no non ci rende più forti. E vale anche il contrario. Sono soltanto due risposte.
A renderle significative sono la libertà, l’autonomia, la convinzione e il rispetto di sé e dell’altro con cui vengono formulate.
Ed è qui che entra in gioco qualcosa di ancora più importante: l’ascolto.
Perché prima di dire sì o no dovremmo riuscire, almeno qualche volta, a sospendere la risposta. Ascoltare davvero. Non ascoltare mentre prepariamo mentalmente le nostre argomentazioni. Non ascoltare aspettando il momento giusto per interrompere.
Ascoltare per capire.
Dietro una richiesta che a noi sembra banale può esserci qualcosa di molto importante per l’altro.
Una festa con gli amici, la scelta di una facoltà invece di un’altra, il desiderio di cambiare lavoro, di lasciare una città, di trasferirsi.
Persino il desiderio di cambiare il proprio aspetto può raccontare qualcosa che non abbiamo ancora compreso.
Se guardiamo soltanto la richiesta, possiamo rispondere immediatamente. Se proviamo a guardare il bisogno che quella richiesta contiene, forse la nostra risposta cambia. Oppure rimane esattamente la stessa.
Possiamo continuare a dire no ma sarà un no che è passato attraverso l’ascolto.
E questa differenza si sente.
Forse, allora, non abbiamo bisogno di imparare a dire più no. E neppure di imparare a dire più sì. Abbiamo bisogno di imparare a riconoscere da dove vengono i nostri sì e i nostri no.
Perché possiamo pronunciare la stessa parola per libertà o per paura, per convinzione o per compiacere, per rispetto o per esercitare un potere.
La parola non ce lo dirà. Dovremo chiedercelo noi.
